Quella volta che invasi l’Estero Pt.1

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“Ma dove cazzo siamo?”

Sospiro e mi guardo intorno.
Le facoltà mentali di entrambi vacillano; la mancanza di sonno e liquidi apre lentamente le porte del suicidio-omicidio.
Il mio compagno di viaggio non mangia da quasi 4 ore; abituato a ritmi alimentari più simili a quelli di un Hobbit che di un umano, ho paura possa uccidere qualcuno.

“ Ci siamo quasi, ancora un po’”.

Gli rispondo senza  guardarlo, adocchiando la cartina con fare esperto al fine di infondere un falso senso di sicurezza.

“Siamo qua, vedi?”

Bugiardo.
Non so neanche cosa indicai sulla piantina, e la verità era che ci eravamo persi in una città da 8 milioni di abitanti, col portafoglio pieno ed il culo vergine.

13 ore prima, Lugano

“Biglietti?”
“Presi.”
“Passaporti?”
“ ‘Nche.”
“Cappotti?”
“Cazzo ho preso tutto, accendi e andiamo.”

La macchina si accende con un sordo rumore metallico, i fari illuminano il freddo marciapiede, ricoperto di una lieve condensa notturna, ed il quadro elettrico ci irradia di un tenue arancione sintetico.

“Sai come arrivare all’aeroporto?”
“Certo, ho preso il GPS di mio padre.”

Mi risponde indicando un oggetto, simile ad un I-pad, attaccato sul cruscotto.

“Con questo gioiellino trovare la strada sarà uno scherzo.”

 Guardando l’oggetto rettangolare posto sulla guantiera, non potevo immaginare che si potesse odiare un qualcosa d’inanimato così intensamente.

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Mentre la vettura si muove lungo la tranquilla, silenziosa e buia stradina, vedo la mia palazzina allontanarsi.
Lo specchietto retrovisore mostra ormai solo una parte del luogo dove sono cresciuto; placide sommità di palazzine, ormai nascoste da alberi e lampioni, rimasugli dei verdi prati, ora sostituiti da incroci e cartelli stradali.
Da viuzze passiamo a strade sempre più grandi; c’immergiamo nel traffico notturno e ci perdiamo nel silenzio dell’autostrada, rotto solamente dagli sporadici rumori del motore.

Alzo ancora di una tacca il riscaldamento dei sedili, e guardo l’aggeggio satellitare sul cruscotto.
Niente.

“È normale che il Gps non dia ancora segni di vita?”

Rumore di scalo della marcia, seguito dalla risposta:

“Vedrai che adesso ci dà il tragitto. Non ti preoccupare.”

Fiducioso nel GPS, nella tecnologia cinese, e nelle parole del mio compagno, torno ad osservare il paesaggio ancora addormentato dal finestrino.
Le luci si rincorrono, e le città lasciano spazio ad ampie vedute verdi, per poi ritornare alla bianca luce del neon di qualche casa nei pressi dell’autostrada.
Nel silenzio della notte, l’unica persona che il mio sguardo coglie, é quella di un ragazzo riflesso nel finestrino di una Zafira, pallido alla luce della luna.

Passano altri 30 minuti di viaggio, conditi da Emma Marrone e Renato Zero.
Avevamo preso tutto, dai passaporti al dentifricio, dai biglietti d’imbarco alle mutande di riserva; tutto.
Tutto tranne i CD d’ascoltare durante il viaggio.

Duettiamo con la Marrone in un epiteto di bestemmie reciproche e minacce a riguardo di santi mai sentiti.
Alla terza canzone, impauriti da possibili tumori all’apparato uditivo, spegniamo definitivamente lo stereo.

Siamo in viaggio da più di un’ora, quando l’autostrada s’interrompe.
Un cartello con scritto lavori in corso si staglia imperioso davanti a noi, interrompendo la placida tranquillità del viaggio.

Guardiamo il GPS.
Silenzio.

“Tagliamo di qua.”

Prendiamo la prima uscita dall’autostrada; quella col cartello stradale più rassicurante e dalla vernice più vivida.

A volte, la vita assume le fattezze di un porno. T’ inganna con forme prosperose e languidi urli molesti di piacere, ma poi si rivela uno schifo e, quando ti fermi a pensare a quanti sono entrati e venuti lì; ti fai schifo.
E così fu per noi.

Alla terza rotatoria senza uscita, capimmo che nessuno dei due sarebbe mai potuto entrare in paradiso.
Se avessimo indossato un crocifisso, o fossimo passati di fianco ad una suora, sono sicuro, avrebbero preso fuoco.
Una mezz’ora, venti rotatorie ed un’incalcolabile serie e combo di bestemmie dopo, trovammo la strada giusta per l’aeroporto.

Alle prime luci di un’alba estiva, la torre di controllo dell’aeroporto si staglia fiera all’orizzonte, ponendo fine al nostro pellegrinaggio.
Affidiamo la macchina ad un garage, che di legale ne sa poco, firmiamo un contratto che d’italiano ne sa ancora meno, e ci dirigiamo verso l’aeroporto.

Valigie, check-in, perquisizione e siamo a bordo dell’aereo.
Prendiamo posto, io rigorosamente di fianco al finestrino, e finalmente ci rilassiamo.

“Ohé, devo cagare.”

Ad occhi chiusi, senza neanche muovere il capo dal poggiatesta, auguro mentalmente,  la morte istantanea al mio compagno di viaggio.
Mentre si alza, andando incontro a 200 persone che cercano il proprio posto a sedere, guardo fuori dal finestrino.

Ho la visuale dell’ala.

Ne osservo il profilo. Le viti ed i bulloni che la compongono e ne delineano le sezioni, l’alettone che ritmicamente si alza ed abbassa; mi scopro a contemplare la sagoma dell’ala, scagliata contro il cielo rosso del mattino.
Se c’è un posto dove valga la pena sedersi, quello è il mio.

“Minchia che cagata.”

La poesia viene sradicata con violenza dal mio animo.
L’ala, il cielo rosso albeggiante, le retoriche su libertà ed amore vanno a fottersi e vengono prontamente sostituite da descrizioni di abnormi masse fecali in fuoriuscita dal culo del mio vicino.

“No cioè Axel dovevi vederla; una cosa enorme. Sembrava stessi partorendo! Stavo per piangere quando ho tirato l’acqua.”

Mi rigiro a contemplare l’ala.
Non vedo più il profilo ben delineato di una sagoma in acciaio, non vedo più l’ingegno dell’uomo o il progresso della scienza; no.
Vedo uno stronzo.

Chiudo il finestrino, mi rigiro e chiudo gli occhi.

Sarà un lungo viaggio.

 

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3 risposte a Quella volta che invasi l’Estero Pt.1

  1. barba771 ha detto:

    sarà perché é quanto abbiamo vissuto per davvero, ma lo trovo davvero fantastico… ora aspetto, con ansia maggiore a quando aspettavo Eldest o Brisingr, la continuazione della nostra splendida vacanza 🙂
    complimenti davvero!!!

  2. aramant16 ha detto:

    Buona zio.
    L’unica cosa, il paragrafo prima del flashback dovresti mantenerlo al presente, ma penso sia una svista.
    Aspetto il seguito.

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