Mater Morbi

Immagine

“Flap flap flap”
Un rumore d’ali riecheggia nel vento, smuovendomi dal mio torpore. Lentamente, pigramente, cerco la fonte di tale incredibile fastidio; ruoto più volte il capo, drizzando le orecchie, fiducioso.
Lo stormire si perde, ed io, torno a chinare il capo.

“Flap Flap Flap”

Un’altra volta il frullare di piume mi coglie impreparato, vulnerabile, nudo nella mia incoscienza, fragile.
Con più insistenza cerco d’individuare il rumore; il battito d’ali ormai risuona nel cielo come un furioso galoppare di migliaia di cavalli, come il rombo del fulmine e l’ululare del vento.

Poi, scompare.

Una bottiglia ormai vuota, rotola lungo la mia gamba, andando ad aumentare la pila posta davanti a me, organizzando il caos, dando forma alla disperazione.
La osservo rotolare: il vetro, d’un verde smeraldo, cattura i tenui raggi del sole, proiettando le più disparate luci lungo il terreno, lungo il mio corpo.
Ridono di me, mi prendono in giro; le ombre, sono uguali agli altri. Mostruosi.
Spaventato, getto la bottiglia lontano. La osservo volare, il vento che la cinge, che ne conquista il collo, sibila. Sta ridendo di me. Anche mentre esplode in un’accozzaglia di schegge, mentre perde forma, mentre muore, ride di me.

“Flap Flap Flap”

<<Chi c’é?>>
Nervosamente mi guardo intorno. Il capo gira in ogni direzione, il respiro ridotto ad un sibilo per non far rumore, le orecchie tese a cogliere l’ormai famigliare suono. Mi accorgo d’essere in piedi; nudo.
Per la prima volta mi guardo intorno.
Le sfumature grigie del cielo, permeano così in terra. Fin dove il mio sguardo può cogliere l’orizzonte, non vede altro che la stessa cosa, che lo stesso colore: grigio.
Muovo piccoli, spaventati passi verso la fonte del rumore, cercando di cogliere lo stormire delle ali, il frullare delle piume.
Guardo i miei piedi affondare in una tenue nebbiolina grigia, sollevatasi a pochi centimetri dal terreno. Sento i miei piedi sprofondare nel terreno; come melassa, pesante, cingermeli.

“Flap Flap Flap”

Di nuovo. Lo sapevo, lo immaginavo. Febbricitante mi guardo intorno. Le mani artigliano il nulla, perdendosi e scomparendo oltre la nebbia, ormai alta. Bloccato fino alle ginocchia nella fanghiglia, ruoto il tronco, il collo, cercando l’uccello.
<<Dove sei?!>>
Scavo con le mani intorno al bacino, cercando di guadagnare la salvezza dalla melma; sento i grumi di terreno sotto le unghie, filamenti elastici, intorno alle dita.

“Flap Flap Flap”

Chiudo gli occhi. Immagino di vedere l’animale posarsi dinnanzi a me: i grandi occhi vitrei che m’osservano sprofondare, il becco nero, strappare brandelli di carne dal mio capo, ormai, unica parte visibile del mio corpo.
Mi lascio andare, inghiottito dal terreno; sogno di scomparire, di diventare nulla. Per un attimo, un breve e fugace momento, sono in pace con me stesso.

“Flap Flap Flap”
Mi risveglio sdraiato sul terreno, la nebbia che a tratti, nasconde parti del mio corpo, rendendomi incompleto; monco e deforme.

“Flap Flap Flap”

<<Chi sei?!>>
“Flap Flap Flap”
<<Fatti vedere!>>
“Flap Flap Flap”

Il rumore è paragonabile ad un terremoto. Mille pale d’elicottero che rombando, decollano nella mia testa. Mi sembra che il capo mi si spacchi in due; lo trovo insopportabile.
Il petto mi scoppia, il cuore, compete con lo stormire delle ali. Una cacofonia di suoni, di esplosioni e silenzi fanno vibrare l’aria; il Flap Flap delle ali, viene sorpassato dal contrarsi del cuore.

“Flap Flap, Ba-dum, Ba-dum”
Cado in ginocchio.
“Flap Flap, Ba-dum, Ba-dum”
Mi raggomitolo per terra, le ginocchia contro il petto.
“Flap Flap, Ba-dum, Ba-dum”
Le mani mi cingono il capo, le lacrime sgorgano dagli occhi, volando verso le gote.
“Flap Flap, Ba-dum, Ba-dum”
<<Basta per favore! Basta!>> urlo con gli occhi chiusi. Ho paura di vedere.

Silenzio.

Una sensazione di calore mi pervade la schiena. Inizia lentamente dietro il capo, per poi scivolare, colare, protrarsi lungo tutto il corpo.
Una calda coperta mi avvolge. Con cautela apro un occhio, poi l’altro, infine, tolgo le mani da sopra la testa.
Mi giro, e ne vedo gli occhi, il becco. Il volto è deformato dalla vicinanza; due pozze nere sono gli occhi, due pezzi di carbone.
Mi alzo in piedi.
La nebbia è scomparsa, ed il cielo si sta rannuvolando, caricando il cielo d’un grigio più scuro. L’orizzonte è un amalgamarsi e dividersi di sfumature di grigio. Il mondo è grigio. Tranne che per un punto.
Il nero piumaggio del corvo, è insopportabile da guardare; m’infastidisce, mi fa sentire sporco e brutto. Indegno.
<<Chi sei?>>
Mi osserva con i suoi profondi, ciechi occhi neri. Mi trapassa con lo sguardo.
A disagio mi raggomitolo per terra, cercando di nascondermi.
Serro le palpebre sperando di non dover più vedere, ma non ho bisogno di occhi per avvertirne la presenza, né ho bisogno di capire, quando ne sento il famigliare peso posato sulla spalla; l’ingombro fardello fin troppo famigliare, fin troppo dimenticato.
<<Tu sai chi sono>> mi sussurra all’orecchio.
Cado in ginocchio, il capo appoggiato al petto, le lacrime che ricominciano a bagnarmi il viso.
<<Dillo.>>
Apro la bocca, le labbra screpolate e spaccate, si arcuano in una sola parola: <<Malattia>>

“Flap Flap Flap”

Piove.

“Dedicato ad Edgar Allan Poe.”

Annunci

Informazioni su benzodiazepin

Scrittore. Giornalista. Novellista. Non sono nessuna di queste cose.
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...