Memorie d’una giornata di pioggia

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Inspira. Espira. Inspira. Espira.

Apro a fatica un occhio ed allungo una mano, tastando il cuscino, la coperta. Faccio passare il braccio sotto il piumone, spingendomi il più in là possibile, coprendo tutta la lunghezza del materasso.
Quello che trovo, è solo freddo.
Mi rigiro sulla schiena, ipnotizzato dal mio respirare ritmico, tranquillizzante; un mantice che scandisce il tempo, la notte. Il buio nero della stanza, va sostituito lentamente dai più disparati colori, che prepotenti inscenano balli davanti ai miei occhi. Strie rosse, della densità della sabbia, si mescolano a fumose macchie di verde; la notte assume i colori del circo, le sfumature dell’arcobaleno.
Mi rigiro sul lato, la schiena rivolta verso la tua parte del letto, vuota.
Odiavo ritrovarmi i tuoi capelli, lunghi e mori, nel naso e tra le labbra. Non sopportavo quando volevo parlare e tu, dall’altra parte del materasso, dormivi già.
Strattono via la coperta, il caldo abbraccio che scivola via, e mi siedo sul bordo del letto.
La finestra, lasciata socchiusa molto tempo prima, si apre di colpo. Una leggera brezza m’investe, mi scorre sul corpo, sul petto ed il collo; rabbrividisco. Istintivamente la mano corre alla schiena, cercando la tua. Vuoto.

Quante volte, quante, mi hai abbracciato? Quante volte hai fatto scorrere le braccia intorno al mio collo, e sussurrandomi parole dolci, mi hai illuso in un domani più sereno?
Con rabbia sbarro la finestra, fuori, una leggera pioggia comincia a svegliare la città.

Mi vesto ed esco di casa. Il sole fatto prigioniero dietro le nuvole, mi osserva; l’acqua mi lambisce già i piedi, avvolgendomi le dita in un umido abbraccio, le calze fradicie. Tra noi eri sempre tu quella con l’ombrello. Io odio gli ombrelli.
Infreddolito tiro su il cappuccio e continuo a camminare, il cielo che mi piange addosso. Il grigiore delle nuvole si perde nel grigio dell’asfalto, colorando la giornata di un monocromatico morire.

Metto le cuffiette e salgo sul pullman.
Per un momento, é solo silenzio. Il mondo fuori dalla finestra del bus é sfocato, nascosto e deformato dalla pioggia sul vetro; le gocce sul vetro si rincorrono e si uniscono, formando parole e volti.

Ogni donna mi ricorda te.
La signora davanti a me indossa un giaccone verde. Per un attimo mi sembra uguale al tuo. La bambina dietro di me, seduta di fianco alla mamma, ha i capelli raccolti come facevi tu: una coda alta, una cascata color nocciola. Un’occhiata della madre mi fa capire che è ora di scendere dal mezzo.

La pioggia si fa più forte, il cielo più scuro.
Cammino lungo il marciapiede, l’acqua che mi percuote il capo e le spalle. Non capisco se siano i vestiti fradici, ma mi sento pesante, stanco, abbattuto.
“Non stanco, no. Incompleto.”

Alzo il volume della musica.

Arrivo a scuola e mi siedo. Le abitudini non cambiano: ultimo banco in fondo a sinistra. Vedo le bocche della gente che si muovono, articolando stupide parole senza senso. Il concitare delle persone è insopportabile, anche attraverso le cuffiette mi assorda e mi fa impazzire.

Tlac tlac tlac tlac

Il rumore della pioggia è come il battito del cuore d’una madre, mi avvolge, mi tranquillizza.
L’acqua che selvaggiamente m’investe di nuovo, mi calma; lava via ogni pensiero.
<<Stai piangendo?>> Sull’uscio della porta un mio compagno m’osserva.
Guardo il cielo.
L’avrete già visto tutti; è uno spettacolo che ogni persona ha già visto almeno una volta, ma ogni volta non smette di stupire. Centinaia, anzi no, migliaia di gocce si dirigono verso il mio viso. Come colonne argentee si staccano dal cielo, precipitando ad abbracciarmi. Sopra, il sole esplode dietro ogni nuvola, illuminando ogni singola goccia.
<<Stai Piangendo?>>

Mille lacrime, salate e non, vanno a mischiarsi e perdersi nella pioggia, scivolandomi lungo le gote, lambendo mi il viso. 
<<No. È solo pioggia.>>

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Scrittore. Giornalista. Novellista. Non sono nessuna di queste cose.
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