La Sala D’aspetto

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La sala d’aspetto è scarsamente illuminata, gettando in una parziale oscurità l’intero corridoio. Le flebili luci al neon poste sopra la mia testa, gialle color ittero, minacciano di spegnersi in ogni momento, sfarfallando una resa imminente.
Sono seduto su una sedia in plastica, di quelle che al tatto presentano porosità ed imperfezioni, poste una di fianco all’altra, in fila. La testa china, le mani raccolte davanti a me, in preghiera; ogni tanto scompaiono, lo sguardo si perde, e le mani con loro. Rimangono solo le piastrelle. Nere e bianche, vanno ad intercalarsi tra loro, generando una scacchiera enorme, vecchia e consunta. Cerco di concentrarmi sulle imperfezioni del pavimento: gli angoli scheggiati, i bordi deteriorati, i colori logori; mi sforzo di non alzare lo sguardo, di non vedere gli altri pazienti.
L’uomo seduto davanti a me, un anziano sulla cinquantina, è il primo della fila. Sclere gialle, rosaccia sul volto, ascite incipiente: “etilista” mi dico. Si gratta le mani, gli occhi porcini che indagano su qualunque dottore, su ogni infermiera. Nervosamente contorce il bavero della giacca, rivoli di sudore che gli imperlano la fronte; “ mi scusi” continua a domandare, “sa qualcosa” chiede ad ogni camice bianco.
<<Sig. A?>> mi chiede un’infermiera; le faccio cenno con la testa e mi alzo.
<<Venga, l’accompagno in sala.>>
Prendo la giacca e m’incammino dietro la ragazza, lasciandomi alle spalle l’orribile pavimento bicolore, le tremolanti luci al neon, ed il vecchio dalla faccia rubiconda, che nervosamente mi getta un’ultima, folle, occhiata, prima di sparire dietro le porte automatiche del pronto soccorso.
L’infermiera mi fa strada per i corridoi dell’ospedale, cartelletta in mano, fonendoscopio intorno al collo, a mo’ di sciarpa. L’uniforme le calza un po’ abbondante, facendola apparire più magra, le penne, le tirano la divisa verso il basso, mettendo in mostra le spalle, il collo.
La osservo mentre mi spiega il procedimento della macchina: avrà la mia età, probabilmente un anno in più. I capelli sono raccolti in un crocchia stretta, ma il lavoro e la fretta hanno fatto sì che l’acconciatura non resistesse, facendole ricadere delle ciocche sugli occhi; occhi verdi, profondi e svegli, sebbene incorniciati da un’ombra di occhiaie. Dalle sue labbra esce un fiume in piena di istruzioni e raccomandazioni, carinerie e, soprattutto, “se non ha capito glielo rispiego”. Per un attimo valuto la possibilità di dirle che sono un infermiere anch’ io, che potrebbe tranquillamente scappare in reparto a finire di compilare moduli e contratti, bersi un caffè e magari fare due chiacchiere con i colleghi; <<Pensa che potrebbe rispiegarmi la faccenda del contrasto per favore?>> gli dico, aggiungendo poi, <<Sara?>> Sorrido.
Si passa una mano tra i capelli, togliendosi le ciocche da davanti agli occhi, un lieve rossore che va a colorarli le gote.
Entro nella stanza del macchinario, etichetta con i miei dati in una mano, numero di telefono di Sara nell’altra.
Varcata la soglia, un unico, enorme cartello attira il mio sguardo; vergate in nero, il cartello riporta solo tre lettere: RMN. “Risonanza magnetica nucleare”.
Vedo di sfuggita dei boccoli biondi all’interno della stanza, ma a ricevermi, è purtroppo Boris, che di capelli non ne ha. Anche qui si ripresenta la stessa domanda, con l’uomo che mi chiede se sono a conoscenza di cosa la macchina dovrebbe fare, e di come dovrò comportarmi. << Non si preoccupi, sono un infermiere>> gli dico, <<conosco già la procedura.>> Sara non era alta due metri, con avambracci pelosi ed un collo burroso, né aveva la voce rauca o la barba sfatta.
Mi cambio e mi sdraio sulla macchina, le gambe scoperte dal camice ospedaliero, l’aria che mi entra da ogni parte, facendomi rabbrividire ed accapponare la pelle.
<<Mai fatta una risonanza?>> Mi chiede Boris, il mio piede in mano.
<<Mai.>> Gli rispondo.
I cinque minuti seguenti, sono occupati da Boris che mi posiziona, mi gira e mi tocca; alla fine, soddisfatto del risultato, blocca il mio piede sinistro tra due cuscini ripieni di semi, ed esce dalla porta.
Dentro la stanza cade per un attimo il silenzio più assoluto, rotto poi dalla voce di una donna, che attraverso un altoparlante mi dice di stare fermo ed immobile, e che tra poco sarà tutto finito; una ventina di minuti dice lei.

Tum tum tum tum trac trac trac zaaaac

Tamburi, o forse bonghi, ecco a cosa paragonerei il rumore che mi ha accompagnato per i venti minuti seguenti. Scoppiettii susseguiti da vibrazioni, rumori metallici in simbiosi al rullare di ruote e ruoticine; ad un certo punto riesco anche a trovare un ritmo all’interno della cacofonia di suoni, un selvaggio rullare di grancasse. Il ritmo si trasforma poi in vocaboli, e per un attimo, mi sembra che la macchina continui a ripetere la stessa, identica parola:
Lettolettolettolettolettolettolettolettoletto.

Vengo svegliato dalla porta dell’anticamera che scatta sui cardini, Boris che ne spinge il pesante battente.

Saluti, convenevoli, arrivederci.
Sono quasi sull’uscio, che il tecnico viene a salutarmi.
Buona fortuna mi dice, speriamo in buoni risultati mi dice, e mi stringe la mano, scomparendo oltre la porta.
Penso sia stato quello il momento in cui ho capito cosa voglia dire stare dall’altra parte della barricata.
Faccio la strada verso la sala d’aspetto a ritroso, questa volta da solo.
Per un attimo il corridoio mi sembra più scuro, lungo e stretto; le pareti sembrano schiacciarmi, chiudersi intorno a me, opprimendomi.
E se qualcosa non dovesse andare?” Aumento il passo. “E se mi trovassero qualcosa?” Con una mano mi slaccio il bottone sotto il mento della camicia.
Mi vengono in mente decine di diverse patologie, di deformazioni e prognosi. Immagino i risultati dell’esame, la stretta di mano del dottore, la pacca sulla spalla, il “mi spiace” detto al congedo.
Uscendo dall’ospedale incontro di nuovo il vecchio seduto sulla sedia, e per un attimo i nostri sguardi s’incrociano.
Non so ancora dire chi dei due avesse lo sguardo più terrorizzato.

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