Lilith

Immagine

Sbatto più volte le palpebre, cercando d’abituare gli occhi al riverbero del sole, che a sprazzi illumina la camera. Giaccio sul fianco, il respiro regolare, ritmico; il petto si alza ed abbassa, l’aria silenziosa, si fa spazio nei miei polmoni.
Con lo sguardo getto un’occhiata all’orologio: le lancette segnano le 11:00 di mattina.

I rumori della cucina mi giungono attenuati, smussati, il vociare di mia madre, flebile. “Devo aver lasciato la porta chiusa ieri sera” penso, ad occhi chiusi, godendomi i raggi del sole sul viso. Riapro gli occhi a malavoglia, conscio di dovermi alzare.

Un brivido mi corre lungo la schiena; un formicolio pungente, freddo, spaventoso. Mi parte dalla nuca facendomi drizzare i capelli, e scende lungo la spina dorsale, fino in fondo ai lombi, insinuandosi nelle ossa; terribile monito, oscuro presagio.
Provo a smuovere le coperte, spostando il braccio libero dall’ingombro delle coperte.

Niente.

Mi si dev’essere addormentato il braccio” mi dico, “non è la prima volta che succede“. Decidendo di lasciar perdere il braccio addormentato, cerco d’alzarmi a sedere sul bordo del letto, facendo perno sull’altro arto. Nulla, il mio corpo rimane ancorato a letto; anzi, ho la sensazione stia sprofondando sempre di più, le coperte a farmi da saio funebre, il materasso da camera mortuaria.
Il petto, prima mantice regolare e ritmico, diventa via via più irregolare e superficiale, il respiro un rauco sibilare. Provo a scalciare con forza le coperte, cercando di togliere l’orribile sensazione d’oppressione e calore che mi avvolge; sembra che le coperte salgano sempre più verso il viso, tappandomi la bocca, soffocandomi.
Mia madre! Posso chiamarla!” rifletto, “non ho problemi a respirare” continuo mentalmente, “quindi potrò chiedere alla mamma di aiutarmi! Di chiamare un dottore!
Il petto, schiacciato dal peso del braccio e compresso contro il materasso, fatica ad espandersi. I polmoni, straripanti d’urla ed aria, la maglietta tesa sul busto, si svuotano come programmato; ma è solo la seconda ad uscire dalle mie labbra, della parola, nessuna traccia.

Un sibilo è l’unico rumore che esplode nella stanza, impercettibile e patetico persino alle mie orecchie; intanto, la voce di mia madre va affievolendosi oltre la porta, segno, che si sta allontanando. Riprovo più volte ad urlare, “Mamma!” “Mamma!” ma la mia coscienza, è l’unica a sentire la richiesta d’aiuto.
Sposto lo sguardo in basso, cercando di vedermi i piedi; immaginarli al di sotto della coperta, orribilmente sfigurati, amputati persino.

Morirai da solo!” Qualcuno mi sussurra.

Mugolo un urlo, il corpo orribilmente paralizzato, gli occhi, impazziti alla ricerca della fonte.

Resterai bloccato a letto per sempre!” Continua al mio orecchio, nascosto dietro di me, il fiato sul collo; un terribile lezzo, come di carne rancida, mi giunge alle narici.
Il cuore mi martella contro il petto, rischiando di sfondare la cassa toracica, i peli delle gambe mi si drizzano, facendomi rabbrividire. Urlo un immaginario “chi sei?!“, ogni muscolo del mio corpo teso nel tentativo di girarmi e vedere, conoscere l’orribile verità.
Un’orrida sensazione mi pervade la schiena; delle mani mi stanno accarezzando, risalendo la colonna vertebrale e cingendomi il busto, schiacciando i polpastrelli nelle fessure delle coste, leccandomi il collo. Come zampe di ragno scivolano lungo il mio corpo, sulla mia pelle, graffiandomi ed accarezzandomi.

Rimarremo qui io e te!” mi sussurra la cosa, “come ogni notte!

La mia bocca si apre in muto urlare, un disperato e vuoto mugolio; le dita tese allo spasimo, artigliano il vuoto, innaturalmente statiche, ferme. Le palpebre, terribilmente dischiuse, il tufo rancido che mi fa lacrimare.
Sento la presenza scivolare sempre più vicino al mio corpo, eccitata, farsi largo verso la mia bocca. “Dio Mio!” urlo mentalmente.
Poi, tutto finisce; com’era iniziata, la paralisi scompare, lasciandomi a letto, madido di sudore, boccheggiante.

Guardo l’ora: le 11:02 di mattina; 2 minuti, ecco quant’era durata la mia prigione.

Rimango seduto sul bordo del letto un paio d’istanti, lo sguardo che corre alle dita dei piedi che come lombrichi, si agitano sul pavimento marrone.
<<Mamma!>> urlo, impaurito di non aver recuperato la parola. Dalla cucina, pochi secondi più tardi, mi giunge lieve la voce di mia madre, che come ogni mattina, mi saluta.
Prima di uscire dalla camera ripenso a quella voce, a quelle mani; al tetro sibilare e gracchiare di quella gola, che arida, risucchiava l’aria intorno a me.
Spaventato chiudo la porta, non prima però, d’aver acceso la luce nella penombra del corridoio: per un attimo, un unico istante, mi era parso di vedere un’ombra.

 

“Dedicato ad A. Z. e le sue paralisi notturne; ti auguro il migliore dei sonni.”

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2 risposte a Lilith

  1. Vale ha detto:

    È una bomba di brividi. O.o

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