Ariel

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Come non esiste luce senza ombra, non può esistere creatura senza un lato oscuro.

Il racconto della nostra vicenda è stato raccontato più e più volte; arricchito di dettagli, di sfumature ed imprecisioni. Assassini, stregoni, carcerati, drogati: a dipendenza di chi vi racconterà la storia, saremo una o tutte queste cose.
Ma lasciate che sia io a raccontarvi come andò quella sera, di ormai, vent’anni fa.

La luna era alta in cielo, parzialmente oscurata da nuvole nere, che veloci si spostavano nell’oscurità della notte. Le stelle, solitamente luminose, parevano smorte, placidamente sembravano spegnersi, proiettando la volta in una sempre più completa tenebra.
L’odore di sale viaggiava veloce sulle ali della brezza marina, portando la salsedine lontano, pungendo il naso e facendo lacrimare gli occhi. La sabbia del mare appariva nera nel buio della notte, confondendosi col buio del mare; solo il rumore delle onde sugli scogli, tradiva un certo movimento, il resto è silenzio.

Eravamo i soliti quattro; amici cresciuti insieme che la vita aveva avuto la pietà di far conoscere da bambini, e la misericordia di far vivere insieme.
Quella sera stavamo festeggiando il conseguimento del diploma –e mi costa ammetterlo- eravamo tutti abbastanza alticci.

<<Dai Alan!>> Gridai dal sedile posteriore della macchina, << Dacci dentro!>>

Me lo ricordo ancora Alan; i suoi capelli neri, ondulati e ribelli, che a tratti andavano a coprire gli occhi verdi, perennemente circondati da violacee occhiaia, segno distintivo dei turni in ospedale.

<<Alan non darli ascolto!>> disse placidamente John, scrutandomi dallo specchietto retrovisore.

Ahh John! Che tipo! Era il più grande di tutti, sia d’età che fisicamente; per fortuna nostra, e sfortuna sua, aveva bocciato il secondo anno delle superiori, ritrovandosi alla consegna dei diplomi con il resto del gruppo; è sempre stato il leader della banda, quello con la testa sulle spalle. Un po’ il contrario di me e Jeff.

<<Ma smettila John!>> Urlò Jeff, i capelli color carota che gli finivano in bocca, la birra che schizzava ovunque, bagnando le spalle e la camicia di John, seduto sul sedile anteriore.
<<Da stasera siamo diplomati!>> Continuò il ramato, << Non vedrò mai più quella faccia da culo della Professoressa Cullen!>> Buttò giù il resto della birra d’un fiato, facendo scattare il pomo d’Adamo in modo fulminante. <<Alla nostra!>>Gridò passandomi una birra ed aprendone un’altra.

Arrivammo alla spiaggia prima del resto della scuola.
<<Dai Peter!>> mi urlò Jeff, saltando giù dalla macchina e correndo verso il mare, <<prendi le birre!>>
Cominciammo tutti a bere e scherzare, ridere e parlare; le ore passavano e la notte diventava sempre più fredda e buia, le nostre urla, risuonavano lungo tutta la spiaggia, accompagnate dal riverbero delle onde.
<<Non bevi un cazzo Alan!>> gridai, << ti metti a copiare John?>>
C’era sempre stata competizione tra me e John; eravamo i due più grandi del gruppo, e avevamo giocato per anni nella squadra di pallanuoto, in cui, gli avevo rubato il ruolo di capitano.
<<Bevi e stai zitto Peter!>> rispose il moro, già evidentemente alticcio, <<O ti devo dare una lezione?>> concluse poi il più grande.
Per un attimo calò il silenzio nel gruppo; gli sguardi volavano da me a John, e poi di nuovo da John a me: finché Alan non ebbe un’idea.
<<Ho trovato!>> urlò, barcollante, la zazzera nera che veniva ghermita dalla violenza del vento, << Facciamo una gara! >> Tutti sollevammo lo sguardo, e lui, attenzione guadagnata, continuò estatico: <<Arriviamo da qua alla Boa di segnalazione e torniamo indietro!>> inclinò la testa all’indietro e ingollò il resto della birra, il liquido ambrato che colava dai lati della bocca.
<<Ci sto!>> urlammo tutti all’unisono.

Ci svestimmo in fretta e furia, rimanendo in mutande davanti alla furia del vento, la pelle che veniva scossa da violenti spasmi, la sabbia che andava a frustarci le gambe.
L’urlo di partenza di Alan venne in parte coperto dallo schiantarsi delle onde sulla spiaggia.
L’urto con l’acqua fu estremamente violento, drastico; l’acqua fredda mi colpì lo stomaco come un martello, lasciandomi per un attimo senza fiato, le onde, violente, contrastavano la mia corsa verso la boa.
Diedi le bracciate con tutta la forza che avevo in corpo –era la mia occasione per battere John- e mi lanciai immediatamente a capo del gruppo.

Non so per quanto tempo avevo nuotato, ma sta di fatto, che a un certo punto non vedevo più nessuno; anzi, non vedevo più niente.
La costa, la boa, la macchina, Jeff, Alan e persino John, erano scomparsi: ero solo.
Urlai i nomi dei miei amici un paio di volte, cercando di vedere le teste spuntare tra la spuma, di scorgere qualcosa in mezzo la mareggiata violenta che si stava abbattendo.

Urlai. Qualcosa mi aveva toccato.
Cercai di vedere la fonte dell’urto, di scrutare l’acqua intorno alle mie gambe, ma l’oscurità del mare nascondeva qualunque cosa.
Chiamai ancora i miei amici; pensavo ad uno scherzo, ad una presa in giro.

Poi venni portato sott’acqua.
Riemersi dopo pochi secondi, sputando acqua, ed urlando.
<<Non fa ridere John!>> urlai, scostandomi i capelli dalla fronte, <<Questa volta me la paghi!>>
La luna illuminava il tratto di mare in cui galleggiavo, proiettando ombre lungo la superficie dell’acqua.

La seconda volta venni portato più giù, più a lungo.
La miriade di bolle che provenivano dallo sbattere dell’acqua, non nascosero però quello che vidi sott’acqua.
Riemersi dopo pochi secondi, boccheggiando; mi giravo e rigiravo, cercando di scorgere il corpo che avevo visto sul fondo.
<<Ti ho spaventato per caso?>> mi chiese una voce limpida, chiara, dal timbro più soave che avessi mai sentito.
<<Da dove sei emersa?>> chiesi alla ragazza davanti a me, il volto nascosto dalla notte, la luce della luna alle sue spalle, che m’impediva di vederne i tratti.
<<Vi abbiamo seguito da quando avete cominciato a nuotare>> mi rispose lei, i lunghissimi capelli castani che galleggiavano sulla superficie del mare.
Notai solo in seguito che era nuda –probabilmente anche lei era una studentessa- pensai; arrossendo distolsi lo sguardo dal petto della giovane, e notai che la pelle era chiara, bianca quasi, e come cosparsa d’olio. L’acqua sembrava scivolargli via, lasciandola lucida, non bagnata; la prima cosa a cui l’associai, mi ricordo, era la pelle degli squali.
Mi cinse il collo con le braccia, avvicinando il viso alle mie labbra, e con la solita dissuadente voce, mi chiese: << Ti va di andare un po’ più al largo?>> poi, continuò, <<Andiamo dove l’acqua è più buia.>>
Un tremito mi partiva dalle gambe e raggiungeva il collo, mi faceva accapponare la pelle e drizzare i peli; la pelle della ragazza era più fredda dell’acqua del mare, gli occhi, più profondi della notte.
<<Hai visto i miei amici?>> Gli chiesi, cercando di divincolarmi in modo gentile dalla sua presa.
Mi guardò per un attimo, gli enormi occhi che sembravano risucchiare l’oscurità della notte, <<Se ne stanno occupando le altre adesso. Non preoccuparti>>. Strinse un po’ di più la stretta intorno al collo.

Con le gambe urtai qualcosa di viscido, di freddo e squamoso.

Un urlo proruppe nella notte, poi un altro, poi, un terzo.
Mi girai a guardare la ragazza in faccia; vidi che sorrideva, due file di denti perfette, perlacee, appuntite, poi, venni trascinato sott’acqua.
Più venivo portato verso il fondo, e più l’acqua diventava scura e fredda; vidi anche che cosa mi aveva urtato più volte: una lunga, verdastra e squamosa coda, che dal bacino della ragazza s’allungava verso il nero del mare per diversi metri.

Quando la ragazza mi morse la prima volta urlai, liberando un’infinità di bolle bianche ed azzurre, poi, non ebbi più il fiato per farlo. Aprii la bocca in un unico, sordo urlo.
L’ultima cosa che vidi furono i corpi dei miei amici, lordi di sangue, gli occhi sbarrati, congelati nel tremendo ed infinito ballo che le sirene ci avrebbero fatto fare sul fondo del mare.

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Scrittore. Giornalista. Novellista. Non sono nessuna di queste cose.
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