Nessun titolo per questa storia.

Se veramente voleste leggere questo testo, vi pregherei di farlo con questo sottofondo musicale.
Grazie.
A.

 

 

 

Ci sediamo fuori dall’aula a gambe incrociate.
L’asfalto del parcheggio é tiepido, piacevole al tatto; più in là, dietro qualche macchina, qualcuno ha rovesciato dell’acqua sul caldo pavimento in cemento, che ora odora di quella piacevole sensazione d’estate e di calore.

Distrattamente ti passi un mano tra i capelli. Sorridi.
Te l’ho visto fare cento, mille volte, e so già cosa stai per fare; e sorrido anche io.
Sorrido quando tiri fuori dalla tasca dei tuoi jeans la solita, vecchia e consunta borsa per il tabacco.

Ti guardo prendere le cartine ed il tabacco, mettere il filtro in bocca e cominciare a rollarti una sigaretta; ho sempre amato il suono della tua voce, ma mai come quando mi parlavi con un filtro in bocca. Ho sempre amato la tua capacità di parlare con un filtro in bocca.

Ho sempre amato tutto di te.

Ma non te l’ho mai detto.

Una folata di vento ti solleva e smuove i capelli bronzei, ed il vento mi porta il tuo odore, il tuo calore, m’investe come un treno in corsa, come il mare in piena; l’odore di pino e muschio mi porta in boschi lontani, quello di cocco e vaniglia, di fianco a te, in un letto.

Ora il vento é più forte, pieno di passione e desiderio; ti alza la maglietta, ghermendoti per i fianchi e mostrandomi la pelle abbronzata sotto il tenue strato di cotone.
Vorrei allungare la mano e prenderti la tua, e poter rimanere così, congelati in quel caldo pomeriggio di giugno; ma il tempo non é mai dalla nostra parte, mai.
Il tempo ci fa pentire delle nostre scelte, ci fa desiderare di avere di più, perché il tempo non torna indietro, non fa sconti e non mantiene le promesse.

La campanella suona. Il tempo é finito. I tre anni d’università insieme, pure.
La gente comincia ad alzarsi ed incamminarsi verso l’aula, ma non io.

Piego la testa all’indietro, fino a toccare il portellone di un auto con la testa, e respiro: respiro il fermento della laurea, respiro il calore sul viso, respiro l’arrivo dell’estate.

Qualcuno mi abbraccia.
Ora respiro cocco e vaniglia, muschio e pini.

Apro gli occhi.

<<Come gli descriveresti?>>
<<Come la cosa più assurdamente bella che un uomo possa vedere>> rispondo.
Hanno il colore del miele e del cedro, grandi e rotondi. Profondi come il più vasto e profondo degli oceani, brillanti come il più alto e luminoso dei cieli.

Alzo le mani e ti cingo la nuca, accarezzandone i corti capelli biondo scuro; e per un attimo, un breve, intenso e fugace momento, il tempo non può niente contro di noi.

Gli occhi più belli che un uomo potesse desiderare di vedere.
Gli occhi più belli che abbia mai visto.
Dedicato a V. 

Grazie

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Scrittore. Giornalista. Novellista. Non sono nessuna di queste cose.
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2 risposte a Nessun titolo per questa storia.

  1. comeseavessileali ha detto:

    bello e bella colonna sonora…un saluto

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