Di vita e di morte, di addii e di arrivi

<<Ne sei sicura?>> Le chiedo.

Lo scrosciare dell’acqua sul tettuccio della macchina é assordante; enormi martelli liquidi si schiantano senza riposo sulla lamina di metallo al di sopra della nostra testa, echeggiando come il più violento degli oceani.
Il parabrezza della macchina, prima trasparente e lucido, é ora vittima di un immenso bombardamento di gocce e rivoli d’acqua.
Non riesco a pensare a niente: il cuore mi martella in petto con forza disumana, assordandomi e confondendomi. Mi picchia contro le coste ed il torace, gareggiando con l’incedere della pioggia, col martellare delle gocce contro l’abitacolo.
Guardo le mie mani abbandonate contro i fianchi del corpo, seduto sul sedile passeggero di una piccola vettura rosso fuoco incalzata dalla pioggia: le nocche bianche, le dita tremanti e strette a pugno, due piccole vene corrono parallele lungo il dorso della mano.

<<Sei sicura di quello che stiamo facendo?>> Le mani ora mi fanno male. <<È quello che vuoi?>> Non sono solo le mani ora a tremare; ritrovo la stessa cadenza tremolante anche nella mia voce e nelle mie parole.

Un fulmine illumina la sera come se fosse giorno, poi, il rombo di un tuono esploso a decine di chilometri sopra di noi copre le parole della ragazza, il battere della pioggia, ed il galoppare del mio cuore.
La scena mi appare come girata a rallentatore, con il suono riprodotto ad una velocità sbagliata. La ragazza si muove troppo lentamente, mentre le parole escono a velocità doppia di quanto mi aspetterei, colpendomi prima ancora che io abbia realizzato cosa volessero dire.

La sensazione é quella di essere spinti nel buio, e caderci dentro. Di essere trascinati nelle acque più buie e fredde dell’oceano più profondo, senza aver potuto prima prendere fiato. Di prendere un pugno nello stomaco, e ritrovarsi col cuore in gola.

Perdo i sensi rimanendo cosciente.
Muoio, continuando a respirare.

Per un momento, un battito di ciglia lungo una vita, non esiste rumore di pioggia o rombo di tuono. Non vi é il rumore del mio cuore o l’affannare del mio respiro. Non vi sono colori né odori; il mondo é una pleasentville in bianco e nero.

Sposto lo sguardo dal viso della ragazza, che mi appare ora come un pallido spauracchio: muto ed angosciante, impossibile da guardare.
Sposto la mia attenzione sul parabrezza, poi sul finestrino laterale ed infine sulle mie mani: ora aperte e fredde, sudate ed immobili.

Spezzoni di frasi mi giungono alle orecchie da quelli che mi sembrano migliaia di chilometri di distanza.

Alzo il capo e la guardo negli occhi, ma sostenerne lo sguardo mi risulta impossibile.
Concentro la visuale poco sopra la sua spalla, facendo sì di non riuscire a vedere niente della sua persona.
Fuori dal finestrino della macchina, proprio dietro di lei, il mondo é inondato ed arreso alla prepotenza della pioggia. Un gruppetto di ragazzi attende la fine del temporale nascosti all’interno di un sottopassaggio, un pallone da calcio sottobraccio, qualche scooter posteggiato di traverso poco dentro il tunnel. In strada, lungo un passaggio pedonale, una donna schiaccia ripetutamente il pulsante di un semaforo, sperando nel via libera della luce verde.

<<..ne pensi?>>

Sposto lo sguardo dalla donna ferma al semaforo, che ora corre lungo le strisce pedonali, le mani poste sulla testa, alla persona seduta di fianco a me.
I nostri occhi s’incrociano per un momento, e mi domando se la pioggia abbia trovato modo di entrare in macchina, perché due gocce mi solcano il viso.

La pioggia non é salata” mi ritrovo a pensare.

<<Mi vuoi rispondere?>> Mi dice lei, una mano appoggiata sul volante, l’altra al poggiatesta del sedile.

Ora la guardo, anzi, sostengo il suo sguardo, e la vedo per quello che é: una bambina.
E poi dalla mia bocca eruttano odio e rabbia, frustrazione e amore, gelosia e pianto, e le mie mani sono di nuovo strette a pugno, ed il mio cuore incalza e sorpassa l’abbattersi della pioggia. Urlo per quelli che mi sembrano giorni, settimane e mesi. Urlo finché la gola mi brucia ed il petto mi si svuota, finché le lacrime finiscono e la testa mi gira.

Apro la portiera di botto e mi catapulto sotto la pioggia.                                               L’acqua sulla testa é come il peso di un incudine. Immediatamente rivoli di pioggia mi scendono lungo le spalle e le braccia, la schiena ed il petto, andando a creare una moltitudine di cascate argentee lungo tutto il mio corpo. Respiro. Espiro.                                                                                                         Alzo lo sguardo e chiudo gli occhi. Migliaia di piccole esplosioni mi colpiscono il viso e le labbra, lasciandomi inebetito e muto. Dietro di me, una portiera si chiude ed un motore si accende. Respiro. Espiro. Non mi giro.

La vettura comincia a spostarsi: avverto i pneumatici che si fanno strada lungo la ghiaia ed il riverbero della pioggia sul tettuccio metallico.
Respiro. Espiro.
Ancora una volta mi ritrovo a stringere i pugni, ma non mi giro.
La macchina lascia il posteggio.
Ed io non mi giro.

Non mi giro nemmeno dopo che non avverto più la presenza della macchina oltre la curva al termine della strada, o quando imbocca la rotatoria.
Non mi giro nemmeno dopo che la pioggia lascia posto al sole, e nemmeno dopo che il sole lascia spazio alla luna.

Non mi giro.

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Scrittore. Giornalista. Novellista. Non sono nessuna di queste cose.
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