10 Classi di Film Horror o, “Impariamo Ad Evitare Certa Merda”

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<<Ci guardiamo un Horror?>> mi chiede, la custodia del DVD in mano.
<<Cosa?>> Le rispondo, senza distogliere lo sguardo dal pc, il viso a pochi centimetri dallo schermo.
<<Ti ho chiesto se ci guardiamo un film>> mi ripete, alzando il tono della voce, scandendo le parole.

Faccio ruotare la sedia, <<Che film?>> le chiedo mugugnando, la penna in bocca che lentamente, viene torturata.
<<Uno Horror>> pausa, mani sui fianchi. <<Uno di quelli che guardi te…>> mi porge la custodia del DVD.

Ho una marea di esami da preparare, ma L’Orrore è L’Orrore; mi sporgo in avanti e prendo la custodia dalle mani smaltate.
Leggo il titolo.

“ESP: Fenomeni Paranormali”.

Bestemmia mentale.

Per evitare a donne di proporre film del mengha, che verranno proposti come “Paurosi”, della tipologia del “non riuscirai a dormire”, e magari, iniziare qualcuno all’Orrore, ho deciso di stilare una classificazione delle diverse categorie Horror e, consigliare qualche film che secondo me potreste apprezzare.

Se non siete amanti dei film Horror, continuate pure a leggere che un po’ di Cultura non ha mai ucciso nessuno.

Punto 1: Quelli che non fanno paura
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Troviamo in questa categoria film che non fanno paura, ma trattano argomenti principalmente “Dark”, “Horror stringato per bambini” e “Fantasmi simpatici”. Assolutamente da EVITARE per qualunque persona che cerchi orrore, terrore, spavento etc…
Esempi: Ghostbusters (capolavoro del cinema, ma non per quel che si dica, non horror), Jurassic Park, Bats, Sweeney Todd, Dark Shadows e qualunque film con Deep e Burton.

Punto 2: Quelli Con le Creature
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In questa tipologia di film, forse la più abbondante, la nemesi principale è solitamente:
• Una creatura enorme
• Una creatura preistorica stranamente sopravvissuta
• Una creatura aliena
• Un mostro creato in laboratorio

Divertenti da guardare se fatti bene, possono essere una mazzata sui coglioni se fatti male.
Normalmente la trama non è mai qualcosa di particolarmente complicato; quello che conta infatti, sono le scene in cui (sicuramente presenti) la bestia divorerà, non per forza in questo ordine: gruppi di ragazzi, ragazzi arrapati, cacciatori esperti, cacciatori meno esperti, professori, scienziati, tizi muscolosi, tizi esaltati, surfisti, bambini su gommoni, bambini contenti, fattori, campeggiatori, poliziotti, cani, gatti, mucche, pecore etc…
Fanno parte di questa categoria: Lo Squalo (Jaws), La Cosa, The Mist, Piranha, Yeti, etc… ( di questi consiglio soprattutto i primi tre)

Punto 3: Quelli con i Vampiri
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Da sottolineare che per Vampiri non intendo la merda di “Twilight”, ma i vampiri veri, quelli vecchi, cazzuti, e orribili. Lasciate a casa quindi Edward Cullen, ed imbarcatevi in un mondo fatto tutt’altro che da brillantini e capelli impomatati.
Esempi: Dal tramonto all’Alba, 30 Giorni di Buio, Nosferatu, Il Buio si avvicina, L’ultimo Uomo sulla terra, The Night Flyer, Dracula (Bram Stoker, se non l’avete mai sentito potete cominciare ad andare
QUI

Punto 4: Lupi Mannari
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Potreste trovare questo genere di “Mostro” anche nel punto 2, ma di base, i film con Lupi Mannari a mio parere, sono molto meglio. Il plot sarà pressoché sempre lo stesso: un morso, una maledizione, il ritorno od il risveglio di un lupo mannaro a caso che comincerà a mietere vittime a go-go, ed il classico e godibilissimo “Sarà stato un orso od una lince!” detto dal prossimo, ignaro, cadavere.
Consigliato a chi piace quel “non so che di Folkloristico.”
Rientrano sotto “Lupi Mannari” i seguenti film: Un Lupo Americano A Londra, Dog Soldiers, Licantropia Evolution, Wolf Man (1941)

Punto 5: Zombie
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Classico esempio di quando “Laggente” viene a conoscenza di una parte integrante del mondo dell’Horror, e ne rende il Mostro, La Creatura una merda, ricreata affinché chiunque possa goderne. Abusati, violentati, stuprati, i film sugli Zombie stanno facendo la fine ormai che il Vampiro ha fatto un paio di anni fa. Esempi? Ecco. Un altro? Eccolo Non fidatevi di Hollywood; qualunque film di zombie senza sangue e cervella, è un film DA NON VEDERE.
Esempi di film di Zombie: Dead Snow, Zombie, l’Alba dei Morti Viventi, La Notte dei Morti Viventi, Splatters

Punto 6: Umani non poi tanto Umani
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Troviamo in questa categoria tutti quegli esseri “umani”, che durante il proseguimento del film, vi faranno dire più volte: “Ma di che cazzo è fatto?”, oppure “Ma non muore mai?”
I sequel, i reboot, i prequel etc si sprecano in questo genere di film; consiglio quindi di vedere il primo di ogni serie, e se poi vorrete farvi male come il sottoscritto, andare avanti.
Esempi di Film: Venerdì 13, Nightmare, Halloween, Le colline Hanno Gli Occhi, Non Aprite Quella Porta, Wolf Creek, Wrong Turn, Chucky, Hatchet

Punto 7: Alieni
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Categoria di film che non ho mai apprezzato troppo, ma che comunque può raggiungere lo scopo di farvi stringere il buchino là sotto.
Consigliato a quelle persone, tra cui rientro anche io, che si domanda continuamente, “ma saremo veramente soli?”
Esempi di film con “Alieni” come protagonisti: Aliens, Dark Skies (recente, consigliato), Signs, Il 4° tipo

Punto 8: Possessioni
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Un must dei film Horror, capace di far rabbrividire l’ateo tramite gli effetti speciali, ed il credente per le domande sul Diavolo; personalmente una delle categorie più spaventose ed impressionanti del genere.
Consigliato agli amanti. Anzi no, a chiunque.
Esempi di Film: Shining, L’Esorcista, The Conjuring, Evil Dead

Punto 9: Case Stregate, Fantasmi e Roba Maledetta
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For God Sake, Get Out!

Può comprendere il punto 8, o anche il punto 5 a dipendenza del regista.
Le case stregate, la roba maledetta etc.. è il Classico dell’Horror; non si può non aver visto almeno un film con una Haunted House e definirsi un patito del genere.
Se il film racchiude la Triade (casa maledetta+ Fantasmi e Roba Maledetta) state pur certi che il film sarà una bbomba.
Esempi di film: Poltergeist ( qui la Triade c’è eccome), The Others, La casa, Amityville Horror (capolavoro), The Grudge, The ring etc

Punto 10: Sangue, sangue e sangue
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Horror vuol dire sangue, e se amate l’Horror amerete anche gli Slasher.
Rozzi, estremi, violenti, esagerati; il film perfetto da vedere con la ragazza o con gli amici, specialmente se sensibili. Preparatevi a 90 minuti abbondanti di decapitazioni, esplosioni, squartamenti e quant’altro; vi assicuro che arriverete a tifare per il pazzo assassino, per il mostro o chiunque stia dalla parte del macellaio.
Esempi di film splatter: Evil Dead (il 1° se volete un horror, perché il primo Evil Dead è effettivamente un Horror; la trilogia se volete anche ridere), Dal tramonto all’alba, Splatters, BrainDead, The Intruders

Punto 11: Mockumentary
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Cos’è un mockumentary? Sostanzialmente un film girato come se ad avere la telecamera in mano, fosse uno dei protagonisti; un falso documentario.
Traballante, sfuocato a volte, adrenalinico, impreciso. Ecco cos’è in poche parole un mockumentary.
Sicuro avrete visto i più famosi, e meno Horror, “Cloverfield” , “The Chronicle” e “District 9”; ma il film, divenuto per eccellenza il più famoso Mockumentary, tanto da far chiedere alla moltitudine se veramente di un film si trattasse, è stato, l’ormai osannato “The Blair Witch Project”.
Se vi è piaciuto l’effetto telecamera, ed il porvi domande come: “Sarà vero?”, “Secondo me è successo veramente”, non potete non vedere: The Bay, REC1 e REC2, The Blair Witch Project, Paranormal Activity ( a vostra discrezione se andare oltre il primo…)

Punto 12: Film assolutamente da NON vedere

Se siete a casa da soli, oppure la vostra ragazza vi propone di vedere un film, e non volete incappare in 120 minuti di merda, dovete assolutamente evitare tali pellicole.
Fanno parte dei Film Horror di merda: Nurse 3D, ESP Fenomeni Paranormali, The Curse Of Chucky 3D, Nightmare 3D, Non Aprite Quella Porta 3D (evitate più che potete Remake di film famosi con l’aggiunta 3D di fianco), Piranha 3D e Piranha 3DD, San Valentino di Sangue 3D ( spero abbiate capito che il 3D di fianco al titolo è quasi sempre sinonimo di merda), Troll Hunter, Alone In The Dark, Hostel (dal 1° in avanti), The Woman In Black, Insidious 2, Resident Evil, Carrie (2014), Jason X, Freddy Vs Jason

Buona Visione!

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Ariel

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Come non esiste luce senza ombra, non può esistere creatura senza un lato oscuro.

Il racconto della nostra vicenda è stato raccontato più e più volte; arricchito di dettagli, di sfumature ed imprecisioni. Assassini, stregoni, carcerati, drogati: a dipendenza di chi vi racconterà la storia, saremo una o tutte queste cose.
Ma lasciate che sia io a raccontarvi come andò quella sera, di ormai, vent’anni fa.

La luna era alta in cielo, parzialmente oscurata da nuvole nere, che veloci si spostavano nell’oscurità della notte. Le stelle, solitamente luminose, parevano smorte, placidamente sembravano spegnersi, proiettando la volta in una sempre più completa tenebra.
L’odore di sale viaggiava veloce sulle ali della brezza marina, portando la salsedine lontano, pungendo il naso e facendo lacrimare gli occhi. La sabbia del mare appariva nera nel buio della notte, confondendosi col buio del mare; solo il rumore delle onde sugli scogli, tradiva un certo movimento, il resto è silenzio.

Eravamo i soliti quattro; amici cresciuti insieme che la vita aveva avuto la pietà di far conoscere da bambini, e la misericordia di far vivere insieme.
Quella sera stavamo festeggiando il conseguimento del diploma –e mi costa ammetterlo- eravamo tutti abbastanza alticci.

<<Dai Alan!>> Gridai dal sedile posteriore della macchina, << Dacci dentro!>>

Me lo ricordo ancora Alan; i suoi capelli neri, ondulati e ribelli, che a tratti andavano a coprire gli occhi verdi, perennemente circondati da violacee occhiaia, segno distintivo dei turni in ospedale.

<<Alan non darli ascolto!>> disse placidamente John, scrutandomi dallo specchietto retrovisore.

Ahh John! Che tipo! Era il più grande di tutti, sia d’età che fisicamente; per fortuna nostra, e sfortuna sua, aveva bocciato il secondo anno delle superiori, ritrovandosi alla consegna dei diplomi con il resto del gruppo; è sempre stato il leader della banda, quello con la testa sulle spalle. Un po’ il contrario di me e Jeff.

<<Ma smettila John!>> Urlò Jeff, i capelli color carota che gli finivano in bocca, la birra che schizzava ovunque, bagnando le spalle e la camicia di John, seduto sul sedile anteriore.
<<Da stasera siamo diplomati!>> Continuò il ramato, << Non vedrò mai più quella faccia da culo della Professoressa Cullen!>> Buttò giù il resto della birra d’un fiato, facendo scattare il pomo d’Adamo in modo fulminante. <<Alla nostra!>>Gridò passandomi una birra ed aprendone un’altra.

Arrivammo alla spiaggia prima del resto della scuola.
<<Dai Peter!>> mi urlò Jeff, saltando giù dalla macchina e correndo verso il mare, <<prendi le birre!>>
Cominciammo tutti a bere e scherzare, ridere e parlare; le ore passavano e la notte diventava sempre più fredda e buia, le nostre urla, risuonavano lungo tutta la spiaggia, accompagnate dal riverbero delle onde.
<<Non bevi un cazzo Alan!>> gridai, << ti metti a copiare John?>>
C’era sempre stata competizione tra me e John; eravamo i due più grandi del gruppo, e avevamo giocato per anni nella squadra di pallanuoto, in cui, gli avevo rubato il ruolo di capitano.
<<Bevi e stai zitto Peter!>> rispose il moro, già evidentemente alticcio, <<O ti devo dare una lezione?>> concluse poi il più grande.
Per un attimo calò il silenzio nel gruppo; gli sguardi volavano da me a John, e poi di nuovo da John a me: finché Alan non ebbe un’idea.
<<Ho trovato!>> urlò, barcollante, la zazzera nera che veniva ghermita dalla violenza del vento, << Facciamo una gara! >> Tutti sollevammo lo sguardo, e lui, attenzione guadagnata, continuò estatico: <<Arriviamo da qua alla Boa di segnalazione e torniamo indietro!>> inclinò la testa all’indietro e ingollò il resto della birra, il liquido ambrato che colava dai lati della bocca.
<<Ci sto!>> urlammo tutti all’unisono.

Ci svestimmo in fretta e furia, rimanendo in mutande davanti alla furia del vento, la pelle che veniva scossa da violenti spasmi, la sabbia che andava a frustarci le gambe.
L’urlo di partenza di Alan venne in parte coperto dallo schiantarsi delle onde sulla spiaggia.
L’urto con l’acqua fu estremamente violento, drastico; l’acqua fredda mi colpì lo stomaco come un martello, lasciandomi per un attimo senza fiato, le onde, violente, contrastavano la mia corsa verso la boa.
Diedi le bracciate con tutta la forza che avevo in corpo –era la mia occasione per battere John- e mi lanciai immediatamente a capo del gruppo.

Non so per quanto tempo avevo nuotato, ma sta di fatto, che a un certo punto non vedevo più nessuno; anzi, non vedevo più niente.
La costa, la boa, la macchina, Jeff, Alan e persino John, erano scomparsi: ero solo.
Urlai i nomi dei miei amici un paio di volte, cercando di vedere le teste spuntare tra la spuma, di scorgere qualcosa in mezzo la mareggiata violenta che si stava abbattendo.

Urlai. Qualcosa mi aveva toccato.
Cercai di vedere la fonte dell’urto, di scrutare l’acqua intorno alle mie gambe, ma l’oscurità del mare nascondeva qualunque cosa.
Chiamai ancora i miei amici; pensavo ad uno scherzo, ad una presa in giro.

Poi venni portato sott’acqua.
Riemersi dopo pochi secondi, sputando acqua, ed urlando.
<<Non fa ridere John!>> urlai, scostandomi i capelli dalla fronte, <<Questa volta me la paghi!>>
La luna illuminava il tratto di mare in cui galleggiavo, proiettando ombre lungo la superficie dell’acqua.

La seconda volta venni portato più giù, più a lungo.
La miriade di bolle che provenivano dallo sbattere dell’acqua, non nascosero però quello che vidi sott’acqua.
Riemersi dopo pochi secondi, boccheggiando; mi giravo e rigiravo, cercando di scorgere il corpo che avevo visto sul fondo.
<<Ti ho spaventato per caso?>> mi chiese una voce limpida, chiara, dal timbro più soave che avessi mai sentito.
<<Da dove sei emersa?>> chiesi alla ragazza davanti a me, il volto nascosto dalla notte, la luce della luna alle sue spalle, che m’impediva di vederne i tratti.
<<Vi abbiamo seguito da quando avete cominciato a nuotare>> mi rispose lei, i lunghissimi capelli castani che galleggiavano sulla superficie del mare.
Notai solo in seguito che era nuda –probabilmente anche lei era una studentessa- pensai; arrossendo distolsi lo sguardo dal petto della giovane, e notai che la pelle era chiara, bianca quasi, e come cosparsa d’olio. L’acqua sembrava scivolargli via, lasciandola lucida, non bagnata; la prima cosa a cui l’associai, mi ricordo, era la pelle degli squali.
Mi cinse il collo con le braccia, avvicinando il viso alle mie labbra, e con la solita dissuadente voce, mi chiese: << Ti va di andare un po’ più al largo?>> poi, continuò, <<Andiamo dove l’acqua è più buia.>>
Un tremito mi partiva dalle gambe e raggiungeva il collo, mi faceva accapponare la pelle e drizzare i peli; la pelle della ragazza era più fredda dell’acqua del mare, gli occhi, più profondi della notte.
<<Hai visto i miei amici?>> Gli chiesi, cercando di divincolarmi in modo gentile dalla sua presa.
Mi guardò per un attimo, gli enormi occhi che sembravano risucchiare l’oscurità della notte, <<Se ne stanno occupando le altre adesso. Non preoccuparti>>. Strinse un po’ di più la stretta intorno al collo.

Con le gambe urtai qualcosa di viscido, di freddo e squamoso.

Un urlo proruppe nella notte, poi un altro, poi, un terzo.
Mi girai a guardare la ragazza in faccia; vidi che sorrideva, due file di denti perfette, perlacee, appuntite, poi, venni trascinato sott’acqua.
Più venivo portato verso il fondo, e più l’acqua diventava scura e fredda; vidi anche che cosa mi aveva urtato più volte: una lunga, verdastra e squamosa coda, che dal bacino della ragazza s’allungava verso il nero del mare per diversi metri.

Quando la ragazza mi morse la prima volta urlai, liberando un’infinità di bolle bianche ed azzurre, poi, non ebbi più il fiato per farlo. Aprii la bocca in un unico, sordo urlo.
L’ultima cosa che vidi furono i corpi dei miei amici, lordi di sangue, gli occhi sbarrati, congelati nel tremendo ed infinito ballo che le sirene ci avrebbero fatto fare sul fondo del mare.

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“Quella Volta che Invasi la Sanità”

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Giovedì, 5:30 A.M.

Il suono della sveglia mi strappa fuori dal sogno con la gentilezza d’un trapano elettrico. Dal mondo onirico, popolato dal più grande, diversificato e variopinto numero di tette, passo all’orribile e stantio mattino primaverile. Con gli occhi ancora incollati, faccio per spegnere il trillo della sveglia, distruggendo istantaneamente ogni tipo di mobilio presente; il cellulare cade sul pavimento, passando da martello pneumatico a sirena antiaereo, intanto, dalla stanza di fianco, vengono nominati i più disparati santi e i più diversi animali da fattoria.

A passo incerto mi dirigo verso il bagno, ma inciampo nel tappeto del corridoio picchiando il mignolo contro lo stipite del cassonetto, che secondo mia madre, non poteva non stare in mezzo al metro e mezzo di spazio pro forma del corridoio. Zoppicando continuo la mia marcia verso la toilette, ma uno dei gatti mi taglia la strada nel momento meno propizio, facendomi urtare con la spalla la cassettiera posta in faccia al cassonetto, occupante il restante mezzo metro di corridoio. Guadagno finalmente l’accesso al bagno, ma scivolo sul tappetino del cesso, lordo di urina di uno dei felini, finendo per picchiare le ginocchia contro il sifone del lavandino; quando mia madre si alza, mi trova sdraiato per terra, nudo, le gambe raccolte in posizione fetale, nascosto in parte sotto la tazza del cesso.
Mi lavo in fretta e mi vesto, non senza una certa preoccupazione: il curry della sera prima reclama già la sua presenza; ma non posso fare tardi.
Abbozzo un saluto e fuggo dalla porta, le cinghie dello zaino che mi stringono le spalle, le gambe che mi portano velocemente verso la stazione. Un quarto d’ora dopo sono sul treno, trenta, e sono a destinazione.

<<Allora troietta! Pronto ad imparare qualcosa?>> La musica copre parzialmente le parole del mio compagno, che per farsi sentire deve cominciare ad urlare; la musica, rigorosamente dubstep, è un misto di urla di T-rex, respiri di Darth Vader e amplessi sessuali dei Megazord.
<<Sono sveglio dalle 5!>> Ricomincia, << ho pompato duro! Senti i muscoli! Mamma mia!>> Mi sbatte il bicipite peloso sotto il mento, cominciando a gesticolare e muovere un sacco le spalle e le braccia, sottolineando come sia scavato bene il deltoide e trofico il tricipite.
La macchina è ingombra di peluche di husky, statuette di husky, tappetini a forma di husky, sedili con coperte di husky- persino- sul braccio del mio compagno, è tatuato un husky.
<<Allora quando parti per l’Alaska?>> gli chiedo, mentre con un dito faccio tremolare la testa del cane posto sul cruscotto; il mio pensiero va subito ad un probabile incidente in macchina, ed i nostri corpi, nudi e straziati, avvolti nei tappetini a forma di cane.
<<Quando tua madre mi darà l’ok>> segue una risata pre-epilettica, vari epiteti su mia madre, e quanto sia difficile mettere massa sui polpacci.

Quarantacinque minuti dopo arriviamo all’ospedale di Varese con la colonna sonora dei Transformer, il giorno del battesimo di Skrillex suonata con pentole e spade laser in sottofondo; metà dei pazienti dell’ospedale muore per l’inquinamento acustico nei primi quindici secondi, i restanti, vengono uccisi dalla guida del mio pilota. Io ormai sanguino dalle orecchie.
<<Porca troia io odio i vecchi!>>, posteggia, <<hanno tutti la pancia come la tua! E le tettine come mio fratello!>>, scende dalla macchina e comincia a camminare, <<Dovrebbero ammazzare la gente grassa! Tocca! Tocca cazzo!>> ed alzandosi la maglietta, il petto depilato male, i peli in ricrescita a mo’ di vagina di Sara Tommasi, mi intima di toccare le addominali; sul petto, tatuato, un fiocco di neve. Fuggo dalla figura maschile mia compagna di viaggio, lasciandolo urlante nei meandri dell’autosilo, la maglietta sollevata, i muscoli in tensione; devo trovare un bagno.

Entriamo nella hall dell’ospedale e ci facciamo dare i badge e le indicazioni varie, poi, cominciamo a dirigerci verso l’ala vecchia dell’ospedale.
<<Gian devo trovare un bagno>> gli dico, guardandomi intorno alla ricerca dei servizi, il camminare che rimbomba nel vecchio ed usurato corridoio.
<<Hai visto la troietta alla reception? Sicuro che voleva scoparmi. Mi guardava come mi guarda tua madre>> altre urla ed un sacco di movimenti di braccia e gruppi muscolari vari; un gruppetto di infermieri si avvicina al mio collega, pensando stesse avendo una crisi convulsiva, poi, capisce che sta solo ridendo.
Decido d’ignorarlo e continuare a camminare, lo stomaco che barrisce i più disparati versi e richiami; intanto -dietro di me- mia madre, mia sorella, mio padre pure, vengono tutti citati affamati di prestazioni sessuali e muscoli vascolarizzati.
Un paio di minuti dopo, e molti – ma molti- insulti più tardi, riesco a trovare un bagno; apro la porta.
Una zaffata atomica m’investe: odori mistici, visioni oniriche, Satana mi saluta, Dio è morto, mia madre urla il mio nome. Chiudo la porta e indietreggio, le sopracciglia bruciate; troverò un altro bagno.

La vecchia ala dell’ospedale è situata nei pressi del reparto di “urologia”, accanto al precedente pronto soccorso; passiamo davanti a decine di pazienti seduti su scomode sedie di legno, le prostate ingrossate che piangono, il legno inciso, che recita “W la Foca”.
Sfilo davanti ai pazienti cercando di mantenere la faccia il più contrita possibile, le mani appoggiate sullo stomaco, che minaccia di farmi cacare addosso da un momento all’altro; ho dovuto slacciare i pantaloni per diminuire la pressione sull’intestino.
Poi, lo vedo: un bagno, una toilette, un cesso, una latrina. Come barboni sui giornali, mi fiondo verso la salvezza, ma Dio non mi vuole bene, e Gian nemmeno.
<<Aaaaspetta! Maleducato!>> mi dice, prendendomi per lo zaino, <<Non vedi che la Signora ha bisogno?>> e m’indica un’anziana rattrappita e smunta, in arrivo, bastone alla mano, verso il bagno.
<<Faccio in fretta!>> gli dico, la merda che mi punta sull’ano, mettendo alla prova ogni muscolo esistente del culo. <<No! Che maleducato che sei!>> continua lui, <<Prima le belle signore!>> e spingendomi indietro, apre la porta alla vecchia, e la intima a superarmi; io intanto cerco di tamponare la situazione mettendomi due pugni nel culo, di stringere le natiche come se stessi in fila davanti a Tiziano Ferro ed Alfonso Signorini.
Appena la porta del Wc si chiude, e sentiamo il lucchetto scattare, Gian si gira.

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<<La vecchia ci metterà almeno un quarto d’ora a slacciarsi il vestito da morto>> mi guarda, << ed io spero che tu ti sia cagato addosso per quell’ora. Anzi, se ci va di fortuna ci muore dentro e non apre più>>, questa volta arrivano i paramedici, i defibrillatori. Alcuni vecchi si alzano e cominciano a gridare “ha il demonio dentro”, uno si fa avanti dicendo d’essere stato veterinario, di aver già visto casi di mucca pazza; poi tutti capiscono che era solamente una risata.
<<Siete voi gli studenti?>> Ci chiede all’improvviso un uomo; riesco a bloccare Gian prima che possa dire qualcosa d’irreparabile, riconoscendo la mimica in tempo, e rispondere di sì, indicando i badge sul petto.
<<Seguitemi prego: il Professore sarà qui a minuti>> dice, prima di scomparire all’interno del refettorio.
Trenta minuti dopo il Professore fa il suo ingresso, seguito da uno scroscio d’applausi e complimenti, urla e rullo di tamburi, nudità e sacrifici di specializzandi; un movimento della mano, e nella sala cala il silenzio.
<<Lei!>> ed indica un dottore, quello che ci ha ricevuti all’ingresso. <<Cosa farebbe con un paziente, che presenta rottura dell’aorta, contusione polmonare, trauma cranico, frattura femore e rottura della milza?>> La prima opzione a cui penso è “pregare”, poi rettifico il mio pensiero e riformulo: “preparare cassa da morto”; non so cosa stia pensando il mio compagno, ma credo nulla che la comunità scientifica approverebbe.
Il dottorino intanto riflette: sei anni d’università, sei di specializzazione, migliaia di due di picche, anni di masturbazioni, decenni di fatture da pagare; si gratta i calli sulle mani, la pelata arrivata a venticinque anni, le occhiaia, poi, risponde.
<<Evidentemente ABCDE, LEMON, GSC…>> risponde lui, tra i mormorii d’assenso del pubblico, evidentemente d’accordo con la risposta del collega.

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<<Gian tu hai capito qualcosa?>> gli chiedo, fiducioso nella sua stupidità, d’importanza basilare per il mio ego.
<<Semplice>> risponde, <<ma avrei aggiunto anche RICC per sicurezza.>> mi dice con estrema tranquillità, come di chi facesse tali manovre ogni giorno.
RICC?” penso. “Rianimazione intra cricoidea?”, “Resezione Indumenti Costringenti Chiave?”, “Registrazione Incidenti qualcosa?
Decido d’ingoiare l’orgoglio, pronto ad ammettere d’essere meno preparato, di dover imparare dalla sapienza d’un allievo al 1° anno il cui unico hobby è pianificare gli accoppiamenti del suo cane, e come fare a mettere massa sulle caviglie.
<<Cosa sarebbe RICC?>> gli faccio, il più gentilmente possibile, <<Me lo spiegheresti per favore?>>
Mi guarda per un attimo, soppesandomi.
<<Cazzo Axel come fai a non saperlo?>> Appoggia il taccuino sulla sedia di fianco.
<<Come fai ad andare a lavorare se non sai cosa sia il RICC?>> si zittisce per un attimo, poi, <<come fai a non sapere il significato d’una sigla che è basilare nel descrivere il lavoro degli infermieri? Che è basilare nell’aiuto a persone come te, tuo padre, mio fratello…>>
Affondato.

Sono un coglione” penso, “devo smetterla di trattarlo come un coglione” mi dico.
<<RICC…>> inizia lui, <<RICC sta a Rotti In Culo Cronici, come fai a non saperlo?>>
S’infila un pugno in bocca per non ridere, soffocando urla infraumane, le lacrime che cadono a profusione, battendo i pugni a più non posso; nella sala il silenzio più assoluto, cinquanta tra i più grandi esponenti della medicina ci guardano come si fa con una cagata d’uccello sulla macchina appena lavata.
Guardo il Professore negli occhi, mentre alla mia destra, vengono coniate le sigle di ATL, MISC, DLPR, e per ogni sigla, un escalation di tremori e urla sommesse, che terminano sempre con la dicitura “come tua madre”.

Nelle mie mutande, una lieve, minacciosa macchiolina marrone fa la sua comparsa.

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Pallida come Il Plenilunio

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<<Maledizione!>> urlò l’uomo, il volto parzialmente illuminato dalla tremolante, flebile luce d’una candela. <<Troppo prevedibile!>> sbraitò, <<non fa paura!>> rabbioso, prese a distruggere i fogli posti davanti a lui, disseminando la vecchia e consunta scrivania d’una vasta pioggia di coriandoli. Fuori, la notte accompagnava la rabbia dell’uomo, cantando fulmini ed urlando tuoni, spruzzando la notte di scheletrici panorami, di momentanei bagliori. Il cielo sopra Londra era in guerra.

<<Perché?!>> inveì l’uomo, <<Perché non riesco a trovare nulla?!>>, rivoli scuri di vino li colavano dal mento, lungo il petto, chiazzandone la camicia di rosso, tinteggiandolo come una delle sue vittime.

Nella notte, un tuono spezzò il ritmico infrangersi della pioggia, mentre nell’appartamento, un bicchiere esplose contro le mura, macchiando il legno d’un alone scuro.
<<Ho trovato!>> gridò ebbro lo scrittore, <<ho trovato!>> ripeté estatico, mentre barcollante si dirigeva verso la sedia; la stanza era ingombra di fogli ed inchiostro, di penne rotte e bottiglie infrante, nell’angolo un grande specchio dominava la scena, incolto. Alto, possente e pesante, lo specchio giaceva immacolato nell’angolo più remoto della stanza, posto in modo tale da riflettere la schiena dell’uomo.

“…ed il pendolo si abbassava sempre più, sempre più. Oscillando…” Infervorato, l’uomo consuma fogli su fogli, la mano che veloce traccia neri ghirigori sulla pergamena ingiallita. “Sarà un grande successo!” pensò lo scrittore, “Il mio più grande Horror!”
<<L’hanno già usato il pendolo>> sussurra una voce.

Come congelato l’uomo si ferma, la penna bloccata a mezz’aria; nere gocce d’inchiostro che si staccano dalla punta della piuma, esplodendo sulla carta, chiazzandola di piccole e lucide formiche liquide.

<<L’hanno già usato il pendolo>> ripete la voce.

Lo scrittore eruppe in un urlo di frustrazione, stracciando la carta e distruggendo il calamaio. Gocce di tintura s’infrangono come onde sui fogli, macchiandoli di nero, cancellandone le lettere impresse con rabbia pochi istanti prima dal novellista.
L’attacco dura più tempo dell’ultimo, lasciando l’uomo per terra, boccheggiante e svuotato. Giace in un angolo, rattrappito, la testa tra le braccia, il singhiozzo accompagnato dal riverbero della pioggia sul vetro; nell’angolo il vetro dello specchio riflette l’ombra dell’uomo.
<<Ho trovato!>> furioso, trascinandosi carponi, si fa largo verso la scrivania, attraverso cocci di vetro e pozze d’inchiostro. <<Scriverò d’un mostro!>> urlando, la bocca piena di saliva luccicante, l’uomo comincia a vergare furiose lettere; sulla scrivania, orme nere vengono lasciate dalle dita dello scrittore, imbrattate d’inchiostro e vino. <<Scriverò d’un mostro orribile!>> sudando ed imprecando, l’uomo scrive e si ferma, congelato, ad ascoltare, aspettando, l’orecchio pronto. <<Un mostro orribile! Un omicida!>> grida, il pugno sollevato in aria.

<<Puerile>> sussurra la voce di donna.

In un urlo di disperazione, lo scrittore scaraventa la sedia, distrugge i fogli, si strappa la camicia. Fuori di sé dalla rabbia, impazzito, vaga per la stanza in preda alla più cieca furia, rompendo, graffiando ogni cosa; solo lo specchio, enorme, massiccio, non viene toccato.
Colto come da un pensiero, fulminato da un’idea, l’uomo solleva il capo, rimirandosi nello specchio. Gattonando, si avvicina al mobile, fino a ritrovarsi contro la superfice fredda del vetro, il respiro caldo che ne appanna l’immagine riflessa.

<<Scriverò dell’ultimo uomo sulla terra!>> urla l’uomo alla propria immagine.
<<Già fatto>> ribatte la donna, con la solita, disarmante voce.
<<Racconterò della maledizione d’una famiglia!>> grida lo scrittore, inginocchiato davanti allo specchio, rivoli di saliva che ne impregnano le labbra ed il mento.
<<Noioso>> risponde la donna.
<< Scriverò allora di un paese stregato!>> la figura è ormai in piedi, le nocche della mani sbiancate dalla forza con cui si aggrappa al mogano della cornice del vetro, le vene che pulsano sul collo scarno, sudato.

Il riflesso rispecchia un uomo smagrito, emaciato; i capelli sudati e bagnati dal vino, grondano gocce vermiglie annacquate dal sudore e dalla saliva, le mani, nere d’inchiostro ne rendono le estremità deformate, mostruose.
Il silenzio cala nella stanza, rotto solamente dallo sporadico boato di un qualche tuono esploso in lontananza, e dal vigoroso tremare e respirare dell’uomo.
La fronte imperlata è appoggiata al vetro, le orecchie tese, pronte a cogliere il minimo rumore, la più silenziosa delle risposte; attende, l’uomo attende.
<<Rispondimi!>> urla, prendendo a pugni lo specchio, tagliandosi con le schegge di vetro, frantumandosi le nocche contro il solido legno.
<<Rispondimi!>> grida riverso sulla schiena, le unghie che vanno a tracciare profondi solchi nelle gote, lasciando fumose tracce d’inchiostro e sangue sul volto.

<<Cos’è veramente l’orrore?>> chiede la donna all’uomo.

Per un attimo il cuore dell’uomo si ferma, il respiro tace; anche la pioggia sembra ammutolita dalla domanda della donna, placandosi.
A tentoni punta sui gomiti, il pavimento che rolla come il ponte d’una barca, e s’incammina verso la sedia; ogni passo uno scricchiolio, i cocci di vetro che si frantumano sotto il peso dell’uomo, piagandone e ferendone la carne, segnandone il cammino.
Si lascia andare pesantemente sulla sedia, facendola scricchiolare; sulla scrivania, la candela tremola, giunta ormai quasi alla fine, gettando sempre meno luce.

<<Cos’è l’orrore uomo?>> chiede la pallida signora, avanzando di pochi passi, silenziosa.
<<La morte?>> risponde l’uomo, osservando i cocci di vetro, pallidamente illuminati dalla candela, il pomo d’Adamo che scatta convulsamente.
<<Mi trovi così brutta?>> chiede la donna, sistemandosi il largo saio nero, allungando un dito lungo il vetro della finestra, seguendo la scia d’una goccia di pioggia.
Un fulmine illumina la stanza per un singolo momento, gettando luce sulla signora: l’uomo la vede camminare tra i cocci di vetro, calpestarli, ma nessun sangue zampillare dalle ferite.

<<Cos’è il terrore uomo?>> chiede stancamente la donna.
<<Non lo so>> mormora lo scrittore, <<io non so cosa sia il vero terrore.>>
<<Il vero terrore, il vero orrore…è la vita>> Eterea cammina tra le pozze d’inchiostro, mai lasciando impronte del suo passaggio, della sua presenza. A tratti sembra scomparire, svanire come il fumo, per poi venire illuminata dalla folgore d’un fulmine, sebbene mai pienamente: pare più condurre la luce, che esserne illuminata; come un’esalazione di vapore viene attraversata da fascio di luce, così accade con la donna.
<<Il vero orrore è la vita>> riprende la donna, <<e non perché io ne sia la fine, ma perché cioè voi temete più della morte, è la vita stessa.>>
Più la donna si avvicina all’uomo, più la luce della candela pare farsi fievole, abbandonandosi alla piacevole sensazione dello spegnersi, del morire.
<<Voi la cercate la morte>>, tuono, <<vi ammazzate tra voi, vi suicidate, ammazzate i vostri figli>> fulmine, <<la venerate anche.>>

<<È l’orrore di ogni giorno quello che temete. È la routinaria vita che vi accompagna nella vostra esistenza, giorno dopo giorno, fino alla fine della vostra presenza da cui scappate.>>
La luce tremula un’ultima volta, poi muore, e la morte ne osserva il fumo bianco che si solleva e raggiunge il soffitto, scomparendo; il buio avvolge la stanza ora, unica fonte di luce, le finestre, che placidamente, proiettano luci soffuse all’interno della camera.
<<L’orrore è il quotidiano direttore che per fortuna, per furbizia, ha fatto scuole più prestigiose delle tue e che da qui alla fine della vita potrà comandarti.>>
Lo scrittore osserva la figura della donna, parzialmente nascosta nell’angolo più buio della stanza; quasi non la vede più, come una macchia si confonde tra le ombre della notte.
<<L’orrore è la colonna alla posta ogni giorno, mentre sei in ritardo per andare a lavoro: lavoro che odi e non vuoi fare, ma a cui sei costretto a recarti perché devi mantenere una moglie che non ami e dei figli che vogliono sempre di più.>>

Ormai l’uomo non la vede quasi più, ne sente solo la voce.

<<L’orrore è l’esistenza. Esistenza obbligata ad essere consumata, a cui non puoi scegliere se partecipare o no>> la voce è ora ovunque, <<io sono la vostra liberazione, la vostra unica certezza.>>

<<L’orrore è il quotidiano vivere>>, sussurra l’uomo, piangendo.

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Lilith

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Sbatto più volte le palpebre, cercando d’abituare gli occhi al riverbero del sole, che a sprazzi illumina la camera. Giaccio sul fianco, il respiro regolare, ritmico; il petto si alza ed abbassa, l’aria silenziosa, si fa spazio nei miei polmoni.
Con lo sguardo getto un’occhiata all’orologio: le lancette segnano le 11:00 di mattina.

I rumori della cucina mi giungono attenuati, smussati, il vociare di mia madre, flebile. “Devo aver lasciato la porta chiusa ieri sera” penso, ad occhi chiusi, godendomi i raggi del sole sul viso. Riapro gli occhi a malavoglia, conscio di dovermi alzare.

Un brivido mi corre lungo la schiena; un formicolio pungente, freddo, spaventoso. Mi parte dalla nuca facendomi drizzare i capelli, e scende lungo la spina dorsale, fino in fondo ai lombi, insinuandosi nelle ossa; terribile monito, oscuro presagio.
Provo a smuovere le coperte, spostando il braccio libero dall’ingombro delle coperte.

Niente.

Mi si dev’essere addormentato il braccio” mi dico, “non è la prima volta che succede“. Decidendo di lasciar perdere il braccio addormentato, cerco d’alzarmi a sedere sul bordo del letto, facendo perno sull’altro arto. Nulla, il mio corpo rimane ancorato a letto; anzi, ho la sensazione stia sprofondando sempre di più, le coperte a farmi da saio funebre, il materasso da camera mortuaria.
Il petto, prima mantice regolare e ritmico, diventa via via più irregolare e superficiale, il respiro un rauco sibilare. Provo a scalciare con forza le coperte, cercando di togliere l’orribile sensazione d’oppressione e calore che mi avvolge; sembra che le coperte salgano sempre più verso il viso, tappandomi la bocca, soffocandomi.
Mia madre! Posso chiamarla!” rifletto, “non ho problemi a respirare” continuo mentalmente, “quindi potrò chiedere alla mamma di aiutarmi! Di chiamare un dottore!
Il petto, schiacciato dal peso del braccio e compresso contro il materasso, fatica ad espandersi. I polmoni, straripanti d’urla ed aria, la maglietta tesa sul busto, si svuotano come programmato; ma è solo la seconda ad uscire dalle mie labbra, della parola, nessuna traccia.

Un sibilo è l’unico rumore che esplode nella stanza, impercettibile e patetico persino alle mie orecchie; intanto, la voce di mia madre va affievolendosi oltre la porta, segno, che si sta allontanando. Riprovo più volte ad urlare, “Mamma!” “Mamma!” ma la mia coscienza, è l’unica a sentire la richiesta d’aiuto.
Sposto lo sguardo in basso, cercando di vedermi i piedi; immaginarli al di sotto della coperta, orribilmente sfigurati, amputati persino.

Morirai da solo!” Qualcuno mi sussurra.

Mugolo un urlo, il corpo orribilmente paralizzato, gli occhi, impazziti alla ricerca della fonte.

Resterai bloccato a letto per sempre!” Continua al mio orecchio, nascosto dietro di me, il fiato sul collo; un terribile lezzo, come di carne rancida, mi giunge alle narici.
Il cuore mi martella contro il petto, rischiando di sfondare la cassa toracica, i peli delle gambe mi si drizzano, facendomi rabbrividire. Urlo un immaginario “chi sei?!“, ogni muscolo del mio corpo teso nel tentativo di girarmi e vedere, conoscere l’orribile verità.
Un’orrida sensazione mi pervade la schiena; delle mani mi stanno accarezzando, risalendo la colonna vertebrale e cingendomi il busto, schiacciando i polpastrelli nelle fessure delle coste, leccandomi il collo. Come zampe di ragno scivolano lungo il mio corpo, sulla mia pelle, graffiandomi ed accarezzandomi.

Rimarremo qui io e te!” mi sussurra la cosa, “come ogni notte!

La mia bocca si apre in muto urlare, un disperato e vuoto mugolio; le dita tese allo spasimo, artigliano il vuoto, innaturalmente statiche, ferme. Le palpebre, terribilmente dischiuse, il tufo rancido che mi fa lacrimare.
Sento la presenza scivolare sempre più vicino al mio corpo, eccitata, farsi largo verso la mia bocca. “Dio Mio!” urlo mentalmente.
Poi, tutto finisce; com’era iniziata, la paralisi scompare, lasciandomi a letto, madido di sudore, boccheggiante.

Guardo l’ora: le 11:02 di mattina; 2 minuti, ecco quant’era durata la mia prigione.

Rimango seduto sul bordo del letto un paio d’istanti, lo sguardo che corre alle dita dei piedi che come lombrichi, si agitano sul pavimento marrone.
<<Mamma!>> urlo, impaurito di non aver recuperato la parola. Dalla cucina, pochi secondi più tardi, mi giunge lieve la voce di mia madre, che come ogni mattina, mi saluta.
Prima di uscire dalla camera ripenso a quella voce, a quelle mani; al tetro sibilare e gracchiare di quella gola, che arida, risucchiava l’aria intorno a me.
Spaventato chiudo la porta, non prima però, d’aver acceso la luce nella penombra del corridoio: per un attimo, un unico istante, mi era parso di vedere un’ombra.

 

“Dedicato ad A. Z. e le sue paralisi notturne; ti auguro il migliore dei sonni.”

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